G Chir Vol. 28 - n. 6/7 - p. 241

Giugno-Luglio 2007

 

 

Antica saggezza, moderna iniquità?

 

F.D. Capizzi

 

 

“Non domandare: Come mai i tempi antichi erano migliori del presente? Questa domanda non è ispirata a saggezza”.

Tardivamente, forse, ci siamo accorti che la Medicina non è Scienza dell’Uomo Totale, ma per l’Uomo. Forse, abbiamo lasciato che la Medicina venisse sacralizzata e i Medici rivestissero una quasi dignità sacerdotale.

La propensione totalizzante ha generato aspettative che non hanno coinciso sempre con la realtà delle esperienze cliniche. La salvezza non poteva essere promessa, ma la guarigione e la salute sì, mentre la malattia andava assumendo le apparenze di un accidente casuale della vita e ormai non sembra più appartenere ad una evoluzione esistenziale ineludibile.

La delusione per risultati sconfortanti trasforma il medico in autore o complice di azioni delittuose e disfunzioni, che spesso neppure gli appartengono. I chirurghi sono particolarmente esposti a questi rischi. La professione richiede competenza e sensibilità, umana e clinica, per trasformare un chirurgo in un buon chirurgo: si acquisiscono con una vera, concreta ed intensa formazione continua nella serenità dell’esercizio quotidiano.

Ognuno di noi è consapevole di essere quasi un prestanome: non agisce da solo, molto ha imparato dalle esperienze altrui e qualcosa trasmette, a sua volta, ad altri.

La chirurgia non è esercitata da professionisti solitari, l’intervento chirurgico viene sì eseguito da quella specifica équipe, ma che si avvale di molteplici vaste e concrete altre esperienze, sedimentate e rielaborate, che provengono da tanti altri e che si manifestano nell’esercizio professionale. Ogni intervento chirurgico chiama in causa tutta la comunità chirurgica.

Un ampio e armonico processo circolare organizza la conoscenza e vuole conformare la Chirurgia Italiana al Servizio dei Cittadini. Scelte politiche ed economico-gestionali non condivise hanno già provocato danni; oggi rischiano di separare processo scientifico e tecnologia, la quale, imprescindibile nella chirurgia moderna, è un prodotto della scienza, deriva da esigenze tecniche e nel medesimo tempo è un suo strumento di progresso. Disconoscere e limitare l’uso della tecnologia, sottovalutarne la qualità, equivale ad ignorare il rapporto intimo fra il violino e Paganini, l’aereo e Lindberg, il triangolo e Pitagora.

Si avverte nelle nostre realtà specifiche, e nella vita quotidiana, l’imporsi di una forza diffusa “dinanzi alla quale si retrae la carne degli uomini”, forza che lievita mentre semina incertezze e scoramento. Dipende dal percepibile e generale arretramento della mite e razionale prospettiva etica, antropologica ed esistenziale, della visione copernicana?

Diventa necessario, irrinunciabile, ricostruire in un sapere unitario gli ambiti scientifico ed umanistico, differenti soltanto nel linguaggio e nella tradizione, per consentire a Medici, non tecnici e funzionari di apparati buro-tecnocratici, una riassunzione di responsabilità chiara ed esplicita verso i cittadini e i poteri politico-istituzionali.

Valga per tutti e per ognuno di noi l’antico ammonimento: “Guai a voi quando tutti parleranno bene di voi. Allo stesso modo fecero i loro padri con i falsi profeti”.